La distorsione dell’ordine. Nota a “L’ordine bisbetico del caos” di Gabriele Pepe (LietoColle, 2007)

December 12th, 2007 by ivanfinisterre

Ricostruire l’intero, marcando il proprio territorio secondo un ordine generale. Pensare ad un impianto strutturante, ad una gabbia in grado di contenere il magma inconscio del caos. Questo ed altro si evince dalla lettura di “L’ordine bisbetico del caos” di Gabriele Pepe.La gabbia, ovviamente, è un processo metalinguistico, una sorta di riflessione sul verso e sulla strofa che, a seconda della necessità, si plasma in ottava con forte accezione antiepica e distorcente, o in stanza lunga, apparentemente narrativa ma eccezionalmente cantabile, metricamente pura. Altrove il testo tende al verso libero, fortemente accentato. Tutto , comunque, rigorosamente sotto controllo, architettonicamente armonico.  Lì dentro si muove l’universo, il mito, l’antropologicamente poetabile. L’alfa e l’omega, forse. Sicuramente il progresso, da intendersi quasi in accezione leopardiana. Il centro, l’oggetto del narrabile, l’uomo: la poesia così diventa nuovo umanesimo, disilluso e claudicante, disfatto e declinante, ma pur sempre umanesimo. La riflessione di Pepe parte dagli albori, dalla luce di base dell’esistente e conduce in un viaggio verso una pietas, un’umanissima comprensione del male, della scienza che svia, della corruzione che mercifica l’esistente. Il linguaggio si stratifica con il procedere della lettura, si fa materico, con forti richiami danteschi, contaminazioni, neologismi: una lingua in divenire, necessariamente parte del testo di cui parla, con cui respira, soffre, denuncia.Colpisce, in particolare, l’uso a tratti ironico del verso, il sorriso amaro alle sue spalle, sorriso che è consapevolezza e sfida, tentativo titanico – e in quanto tale destinato a fallire – di credere che esista uno spazio migliorabile, un luogo perfettibile. Quanto emerge è, invece, una cosmologia disfatta, senza densità, in cui elettroni e vuoto si intersecano, annullandosi e ricomponendosi in corpi senza tessuto, senza forma. Dalla cattedrale / chi urla al paradiso / se non Quasimodo?In questi tre versi, conclusivi, drammaticamente definitivi, sta poi la vicenda: un percorso di ascesi – e di ineluttabile discesa (l’urlo è ascoltato? da chi? dove ricade?) - poeticamente ineccepibile. E l’urlo è la forza della poesia, il suo peso specifico e il suo dramma. Oltre ciò resiste soltanto l’archetipo-ombra di un mondo delle idee sopraffatto, scardinato. A fianco, il disordine sintattico di un presente alieno, incommensurabilmente altro. E un io lirico che emerge in punta di piedi, timido, incapace di parlare se non per responso, vaticinio, dolore.

Microantologia

3.

Oh Denkenèsh tu sei magnifica

   di vita in ogni istante viva

di sguardo acuto che assedia l’orizzonte

sull’ardua cresta degli arbusti in passerella

sull’orlo di savana che si accalca

e non si eleva all’alba o cade nel crepuscolo

      ma ogni viva essenza

conduce a suo barlume

quando il buio rapisce la materia

e ovunque brilla l’occhio della fiera.

       Oh Denkenèsh sprofondo di sorgente

antro corallino della mente

       gola stretta all’origine del tuono

lampo di voce roca d’un cielo muto

vuoto d’immagini e divine somiglianze

     meravigliosa Lucy

in piedi al centro della scena

compresi i polsi ed altre militanze

***

Nero di stella

Gorgo di supernova, antro di luce implosa

recrudescenza oscura d’una vibrazione

che intensa la materia da materia ingloba

come un affanno, un’ansia estrema d’attrazione

utero, abisso, luce eterna che s’infoiba

onda massiva, chiodo della sottrazione

che nero e pervasivo come un vuoto carsico

crudo s’infiltra nel midollo aminoacido

da “L’ordine bisbetico del caos” - ed. LietoColle, 2007

Antiquotidianità. Due autori: Iole Toini e Sergio Rotino

December 9th, 2007 by ivanfinisterre

Si presentano due voci poetiche tra le più significative degli ultimi anni per rigore di ricerca e coerenza: Iole Toini e Sergio Rotino. I due hanno un punto di contatto, quasi di consanguineità emotiva: esso sta nella destrutturazione della parola e in una sua conseguente ricostruzione attraverso il filtro inconscio della rabbia, dell’impossibilità di adattarsi ad un codice capace di dire. Entrambi partono da un assunto comune: rifare il reale, e proprio nel senso di ricostruire, riplasmare, rappresentare ex novo.Entrambi, poi, presentano piani prevalentemente narrativi (Rotino) e piani lirici ( Toini) in cui la realtà si distorce, si aliena, diventa carne fatta a pezzi, conseguenza svincolata dai nessi causa-effetto. Insomma, essa è oltre. Meglio, altrove.In Rotino, la scelta stilistica diventa necessità narrativa; da ciò deriva una sorta di anticanzoniere (nell’attuale, Loro, di cui si presenta un estratto) focalizzato sulla possibilità di un dialogo monco con il lettore, rafforzato da continui strappi, lacerazioni, ironici e drammatici sconfinamenti del surreale nel quotidiano – forse una non vita, una muta protesta, un antidoto contro il vuoto dilagante.Nella Toini (vedi scelta antologica), la voce si trasforma in una sorta di canto-scontro-incontro, quasi la parola trovasse una corposità pesante e da questa tentasse di liberarsi grazie ad un movimento catartico, erettile,  fruibile soltanto mediante penetrazione del e nel linguaggio.

Iole Toini - microantologia

fotografia di un nome    

La tua mano asseconda il viaggio lungo il ritrarsi della parola
in un diverso ascolto che assottiglia le cose.

Una rotazione minima si addensa sui giorni.
La nervatura del tempo.
Dietro le tende una chiarissima sera raccoglie il campo vicino alla casa.
Un breve stelo filtra da sotto la porta come un ricordo di luce.
Si apre la misura dell’assenza.

Da qui ascolto il mare.

La prosa è degli occhi. Del tuo farmi bocca e curva. Gesto.
Un’inquadratura di porto. Approdo.
Toccare il peso mobile di una soglia nella celebrazione di un nome.
La giusta inconsistenza di una parola malinconica.
La forma della luce divora l’incertezza di un volto,
una parete.

*** 

sinonimie   

Nella riformulazione degli istinti, la difesa degli oggetti:
trattengono la forma che batte il buio come una madre senza figlio.
La sua orma appiattita al muro taglia la pena del giorno.
L’occhio è una lama oltre il dire sommesso.
Si acquatta come una preda, cerca l’impronta docile del pensiero
dove si chiudono i respiri oltre le soglie del perdono.

Il corpo non conosce innocenza.
Non lascia scampo la memoria.
Si abbatte sulla materia, scava l’ombra. L’altra.

Dal soqquadro della casa abitata dopo gli assalti della luce,
le cose minute sussurrano di una partenza
inevitabile come un alone che stinge al pallore,
lo dichiara parvenza di confine.  

*** 

guerriglia  

Rasa al suolo – vinta – un corpo senza voce senza scudo,
piegata nuda, priva di parola, per ora ancora viva, troppo viva
e inutile per i prati sopra le mattine, per le case, il vento appeso
alle finestre, inutile alle costole ai gomiti alle fabbriche;
sconfitta come un sasso dentro un’abetaia, il traffico alle cinque,
vana per l’Hiroshima che mi rolla dentro il sangue
e mitraglia il suo fungo silenzioso.

Un’aquila si annuncia negli occhi della ragazzina.
Punta al cuore.  

***  

troppa poca parola 

                            Finita, ieri, il mio cuore ti disse. 
                            E ancora inizio non avevi
                            e ancora mai nell’inizio non sei 
                            e sempre sei l’annuncio dell’inizio.
                                                            - A. Zanzotto -

Per il dislivello del fiato, per lo sgomento,
nell’odore incensato della salita, nella chiave
che albeggia la carne, le arnie a raccolta,
gli indizi, l’inclinazione alla guerra.

Nella vigilia della dolcezza, la perdita della coscienza.

Vendicata parola, vendicato
il tuo nome, disfarsi di cielo che apre

alla strage, la frase rossa sul dorso,
la presa alle reni, alture, il midollo il golem
che inneggia al verbo amazzonico come un utero
scagliato di luce.

Io dormo sul masso del fieno, sui morbi grassi
che gemmano storie, e le fedi spuntate. Innesti
su stanze e vuoti. Per te bella matrona lego
le gambe al tavolo, lego i capelli, crisma
di amore babelico. E’ terrore
la commozione del prato, il fondo vivo
dopo la partitura del corpo impronunciato.

Sergio Rotino - da Loro - versione 1.0

I feel for the one who hides

And for the one who chases

Ron Sexsmith For the driver  

mattutina  

muovono indolenti tra gli inciampi necessari del traffico mattutino

con cui si arreda ogni giornata mandata a irrorare la terra a irritarne le ferite

sereni vanno gonfi di intenzioni affiliate a manifestazioni di consenso

se questo è poi il senso del loro andare portandosi dietro una scia più scura

di materiale che produce cosa che è lì presente ma per chi 

*** 

prima  

lo seguono nel chiarore del retrobottega

sicuri del fatto loro gli fanno persino discorsi pratici

su quanto potrebbe restare in piedi del suo futuro

cosa che pare a lui non frega

vuoi per l’eventualità di certi strascichi

sia per l’onesto lavorare al pozzo dei pensieri

oltre l’estremo limite di ogni costanza

per questo sembra li guardi con indifferenza

quasi non li senta parlare del come o dei perché

solo contempla in funzione di se stesso

la consistenza del cosa era davanti al cosa è

mentre nuovamente la parola perde di significato e nesso 

*** 

scheda incompleta  

credono nella santa trinità di sé stessi

in quel miracoloso passare indenni attraverso i fatti cioè risorgere dalla

                                           [morte

avere vita eterna o quasi credono nella benedizione conto terzi

quella di chi più in alto ha salito la scala ficcando il suo cuneo fra le

                                                                                 [teste

slabbrando ferite per cui giù non torna 

credono il mondo sia dovuto loro per semplice dovere

per discendenza indebita o tornaconto personale

ma in esso non sanno leggere né scrivere le conseguenze        

qui sta il pericolo l’allarme        

***  

da un altro punto di vista  

stanno addosso al senso del mondo al suo nascosto significato

che è un complesso di immagini pregresse al semplice fatto di essere nato

                                                             [di esistere qui e adesso

lo marcano stretto quasi lo sovrastano con la massa dei loro ragionamenti

                                                                               [bucati

di un ragionamento solo quel masso capace di ostruire ogni porta

ragione per cui lui li guarda lasciandoli fare

sapendo già senza parlare l’inutilità pregressa fuoriuscita da ogni suo gesto       

l’ingombro fesso delle parole            

***   

intermedia  

ammirano lo strato secondario della luce

quella piega meridiana che strappa forme dal paesaggio

riducendole a fondale necessario

qui andrebbe fatto lo sforzo si dicono

qui non poco oltre

fermando il tempo nell’istante imposto alla natura

e l’uno capisce la parolina la formuletta magica

composta dalla metà a se stesso identica

allora con gli occhi immagina il boato avvenire

prendere forma prima dell’orizzonte

senz’altro bisogno di sapere 

***  

terza  

soppesano i campi

il modo in cui si sformano e reagiscono alla polvere che li preme

verso il sottile scroscio di benzina

con la freddezza di chi sopravanza il tempo

le sue regole decise altrove

l’attimo dopo bruciano la terra

il seme su cui cammina questa loro stessa vita

raccolta attorno a parvenze di idee ma ripulita

così da essere coltivata palmo a palmo con parole cretine

fin dove è lecito immaginare ci sia spazio

fin dove credono continui il pensiero non comune

per fare quanto va fatto e distruggere la grazia

Iole Toini (1965) vive a Villongo in provincia di Bergamo, a ridosso del Lago d’Iseo.
Ama Dostoevskji, la sua gente fradicia di vita; e Virginia Woolf, il suo snobismo conclamato, la bellezza aguzza, la prosa così densa di poesia;  Sylvia Plath, feroce e diamantifera; la Sexton, col rosso rivelato della bocca.
Ha pubblicato alcune poesie pubblicate su ‘Le Voci della Luna’ di Sasso Marconi e ‘Gradiva’. Un poemetto  - ammerika, ammerika - edito dalla Smith & Lafourge Indipendet Press.Collabora alla rivista ‘Qui – appunti dal presente’ di Milano.
Cerco di stare nella poesia, non solo leggendola, ma provando a sentirla attraverso lo scambio e il confronto, sapendo  i limiti umani, la fatica di stare con gli altri,  di mettersi in discussione. Cerco di non vederla come uno strumento astratto e assoluto.  Ognuno sceglie il suo modo per stare bene con se stesso e col mondo; il mio è questo.Gestisce il blog http://alveare.splinder.com   

Sergio Rotino(1958) lavora nel mondo dell’editoria, vive a Bologna. Come recensore, editor e critico letterario si occupa in prevalenza di giovani narratori italiani. Come educatore e docente di corsi di scrittura rivolti a ragazzi e adulti si occupa di promozione alla scrittura, utilizzando il metodo di giochi con le storie ideato da Beniamino Sidoti. In qualità di redattore, proofreader, editor percorre in lungo e in largo il mondo editoriale italiano collaborando da esterno e da interno con varie case editrici (Transeuropa, Stampa Alternativa, DeAgostini, DeAgostini-Planeta, Manni, Aspasia, Laterza, Marvel, Istituto Poligrafico di Stato, Giraldi editore, Le voci della luna). Collabora con i quotidiani Liberazione e Il Corriere del Mezzogiorno; con il quindicinale di critica letteraria Stilos; con il mensile La vita scolastica (Giunti) con le riviste Fernandel (Fernandel) e l’immaginazione (Manni Editori). Come sceneggiatore di fumetti ha prodotto da solo e insieme a Lorenzo Marzaduri alcune storie per la serie “Conan” indirizzata al pubblico francofono. Ha curato varie antologie di narratori italiani fra le quali ricordiamo Resistenza60 (Edizioni Fernandel, 2005) e RZZZZZ! (Transeuropa, 1998). Suoi testi appaiono in varie antologie e riviste, italiane e straniere. Ricordiamo fra le altre Giallo, nero & mistero, a cura di Marcello Fois (Stampa Alternativa), e Kaori non sei unica, a cura di Matteo B. Bianchi (Tempi Stretti). Ultima in ordine di tempo la pubblicazione di una silloge di poesie e di un racconto rispettivamente in Tratti nn. 72 e 73 (Mobydick, 2006). È stato tra i fondatori delle riviste Versodove e Carmilla.

Un menestrello scomodo - Renzo Montagnoli “Canti celtici” (ed. Il Foglio, 2007)

December 4th, 2007 by ivanfinisterre

La poesia di Renzo Montagnoli nasce dall’ascolto: e, come tale, è un dono.Un dono della terra, dell’acqua, delle forze primordiali che popolano il mondo cercando un senso.Canti celtici (Ed. Il Foglio, 2006) rappresenta questo viaggio di ricerca. Il poeta, nei testi, trasfigura se stesso, diventa menestrello per scelta interiore e trascende dalla propria dimensione chiusa per aprirsi alla meraviglia, alla dimensione – altra: fatto, questo, che corrisponde ad una visione archetipa dell’esperibile, per cui l’ordine del mondo è un magma che si fa terra, materia, linea temporale perduta, pertanto evocata.Le liriche –meglio, i capitoli della storia-  muovono da questo universo onirico, quasi visionario: lasciano così una propria traccia, una cifra che sembra opporre in termini inconciliabili il passato e il presente, ma che, in realtà, è chiave di lettura della contemporaneità, sua denuncia insopprimibile. Distanza dall’oggi, forse? Protesta? O altro?Sicuramente i vari movimenti delle strofe vivono come organismi autonomi e dotati di doppia natura: un primo corpo, se vogliamo lo sviluppo della canzone, rivolto ad un emisfero altro –purificato, oserei dire- dove tutto avviene ed è fermato in tradizioni e canti passati, dal vago sapore alchemico o quanto meno magico – evocativo; un secondo corpo, il congedo, in cui ossimoricamente il presente si fa urgente, chiave di volta scomoda, denuncia. Ed esiste in contrapposizione all’antico.La costruzione formale delle liriche, dunque, acquista valore proprio perché figlia di questo progetto, dove la razionalità si incontra con l’irrazionale, la metafora, il vagheggiamento.A livello lessicale, forti e continui sono i riferimenti al desiderio di trovare radici e, in opposizione, alla negazione dell’hic et nunc: è sufficiente citare il termine oblio , parola chiave già presente nel testo proemiale,  o espressioni quali lavorio di secoli – non è più tempo – il tempo non esiste – senza memoria – senza futuro – tempo ormai finito.A ciò fa eco la segreta speranza di scivolare su un’acqua silente, di dare un ultimo sguardo , quasi a ripercorrere il passato, trasformarlo in storia, cantarlo per esorcizzare il male, per rintracciare almeno un suo bagliore oggi, o quanto meno una vaga possibilità di futuro.               I.F.

microantologia

da “Canti celtici” (Ed. Il Foglio, 2007)

I segni del tempo

Di strade tracciate nel tempo

restano immote pietre, segni di un passato

che l’oblio dell’uomo non degna di sguardo.

Lì ci sono le radici, quello che l’oggi non sarebbe

senza il lavorio dei secoli, lo scandire di Crono

in un’unica infinita storia dell’umanità.

Non è più tempo di dei, il tempo non esiste più.

Corre l’uomo senza avvedersi del presente,

dimentico del passato, orfano del futuro.

Ma quelle pietre restano e sole testimoniano

le lontane civiltà, avi che nacquero,

vissero e morirono perchè nel dopo

qualche cosa di loro rimanesse.

E invece ora

sono solo inerti sassi

che un giorno qualcuno getterà.

***

Eternità

C’è un sentimento senza tempo,

che si ritrova in ogni era,

un fremito uguale che sempre si ripete,

un incontro che non vuol mai terminare.

E voi lo provaste, in epoca antica,

quando ancora non si scriveva di questo,

fra capanne piantate nelle acque del lago,

fiere affamate all’intorno pronte a balzare

e Dei di cui ormai s’è persa memoria.

Ma l’amore è rimasto, oggi come ieri,

oltre ogni logica, oltre ogni confine.

Giacchè il tempo per voi era passato,

ci fu anima pietosa che rese gloria

a un sentimento imperituro nei secoli

e nell’abbraccio dell’ultimo anelito di vita

vi affidò alla morte

perchè i posteri un giorno sapessero

che tutto finisce,

tutto cessa,

fuorchè a forza dell’amore.

(A due neolitici sconosciuti che gli scavi effettuati

nei pressi di Mantova ci hanno restituito nell’ultimo

abbraccio)

Renzo Montagnoli è nato a Mantova, nel 1947.

Sue poesie e racconti sono pubblicati sulle riviste Isola Nera, Prospektiva e Writers Magazine Italia.

E’ il dominus del sito culturale Arteinsieme http://arteinsieme.net/

blog: http://armoniadelleparole.splinder.com

Come in punta di piedi. Sulla poesia di Silvia Monti

December 1st, 2007 by ivanfinisterre

Di Silvia Monti è bello parlare. E ancora di più è bello leggere. Perché il verso richiama la persona. Anzi, il verso si fa persona – e viceversa. Una poesia discreta, la sua, mai fuori riga, sempre e comunque “in punta di piedi”: pronta a dire, umanamente sonora, senza schiamazzi o finzioni. E Silvia Monti sta lì dentro, geneticamente. E ci racconta le cose, il marrone di una generazione senza padri di riferimento, nata per essere se stessa, per dichiarare. E questo è ciò che più colpisce.  Il pregio - a me pare – sia quello di una ricerca poetica che trova significato solo se in grado di rappresentare il mondo a tutto tondo, per necessità quasi, per dovere “verso”, cura. Emergono così quadri, situazioni, riferimenti – in particolare alla montagna, al desiderio di salire, perché salita è fatica, respiro affannoso, purificazione – che vivono di luce propria, e la parola ha solo il compito di eseguire un ordine, una piacevole premura, quella di dare forma, agire, comunicare.

Niente è artificioso nel percorso dell’Autrice: il poetabile si nutre dell’attimo, di un istante che diventa durata, profondità, spessore. Non è forse questa la poesia?

Antologia  

da “più primavera che paranoia” Lietocolle, 2006 

primavera senza avere più vent’anni  

tornando a casa loro, come quando era anche mia,

compio gli stessi gesti, in un perfetto istante dejà-vu.

apro il portone - chiudo il portone

tolgo le scarpe - salgo le scale

e mi afferra un odore (o il ricordo di un odore?):

primavera - paranoia. 

Più primavera, che paranoia.

***

pomeriggio caldo e inaspettato 

tutto ha un suo preciso posto, tranne il mio desiderio

che tutto sia com’era,

che io ne faccia ancora parte.

eppure

tutto è cambiato ed io lo riconosco,

mi riconosco in tutti questi luoghi,

nel mio passato, persino nel presente.

finalmente. 

è un chiaro pomeriggio di febbraio,

dall’alto sto cercando a fondovalle

le case nuove, i cambiamenti. posso sentire le correnti.

sembrano immobili soltanto le montagne

sicure e scintillanti.

Ed è così che penso a quelle cime tra la neve e i sassi come a casa mia.

***

una generazione cresciuta nel marrone

ogni generazione ha la sua generazione-tipo.

che dire della mia cresciuta nel marrone? 

che dire della mia e di me che, solo dopo,

la città, mi ha resa provinciale?

che dire poi, del resto

del non avere nulla avere tutto

e della libertà a non essere

del voto all’apparenza, di tante circostanze ineludibili… 

ci avessero avvisato: marrone, moquette,

televisione non crescono gli eroi!

eppure, adesso, a noi si chiede questo.

ci avessero avvisato, che so, una cartolina,

una voce autoritaria che dicesse

- è giunta l’ora d’arrangiarsi con quello ch’è avanzato

e non è rimasto molto - 

invece un muro in faccia, nero, venuto su dal nulla. 

Esisto e non mi soffoco

avrò una targa al merito, per forza.

***

la differenza 

eppure in mezzo a tutto quanto il santo mondo

reale, logico, normale

esisto.

buona, calibrata, autoironica e modesta. 

Non c’è denuncia più sociale

di questa.

(micro) inediti  

 / 

la ribellione comincia da una foglia di betulla,

quella che mi sono tatuata l’altroieri.

è un marchio, certo.

ma me lo sono scelto.

/ 

e l’ho detto, è vero.

l’odio è vitale.

odio sincero, così uguale all’amore.

***

scrivere parole, anche parlare,

affaccendarsi per nominare.

per dire cosa? per- dire- cose.

mi piace la montagna, per esempio,

e ancora sono libera con te

e il cielo è blu davvero certe sere

e quando pedalo sono felice

e ti ho aspettata sin da bambina

e la pioggia è più leggera strette al caldo (…). 

insomma,  scrivere parole, affaccendarsi, continuare

insistere per dire ancora e ancora.

e ancora ed ogni volta sapere che non è il meglio

che avrei potuto. (dire)

e mi ritrovo a tacere, soprattutto dell’amore.

Notizia Silvia Monti è nata il 21 giugno 1971 ed è cresciuta a Morbegno (So). Da alcuni anni vive a Monza dove insegna.Dopo aver auto-prodotto, fotocopiato e distribuito le sue prime sillogi, ha pubblicato in alcune raccolte antologiche. La sua prima plaquette, Novantasette Km (quaderni di poesia del Gruppo Fara, Bg) è del 2004 e nel 2006 è stata editata la sua opera prima, più primavera che paranoia (Lietocolle, Co). Sue poesie sono apparse anche su riviste e on- line.Fa parte del comitato di redazione del blog di divulg(azione) poetica  e critica essenziale “LiberInVersi” (www.liberinversi.splinder.com).Da alcuni anni progetta e partecipa ad interventi artistici nel campo della street art e dei reading poetici proponendo la lettura dei suoi testi anche con l’aiuto di musicisti.

la trovi:

www.smonti.blogspot.com 

Parole a margine. “Due” di Maria Zanolli - Campanotto , 2006

November 27th, 2007 by ivanfinisterre

La poesia di Maria Zanolli parla di “cose domestiche”: l’indice di base è quello della quotidianità, espressa consapevolmente con una sorta di aurea mediocritas del linguaggio che ben si presta, nel suo tono quasi diaristico narrativo, alla narrazione del tempo che scorre. Pregio del libro, di cui si presenta una nutrita silloge, è quello di porgere al lettore uno scarto, una variazione improvvisa; intendo con ciò l’evento che mette fuori fuoco il fatto, il già accaduto, e lo traspone in una luce altra, quasi sfuggente, rigorosamente alogica. Così l’evento si carica di significati di volta in volta magmatici e fortemente evocativi, trasformandosi in una sorta di epifania esistenziale tutta da scoprire. L’Autrice, alla sua opera prima, dimostra già di avere dalla sua una certa dimestichezza con il verso, che varia di lunghezza a seconda dell’intento comunicativo; sua caratteristica, a mio avviso, è quella del saper modulare le pause, gli inarcamenti, addirittura i monosillabi, al pulsare del disegno lirico. Segno, questo, di maturità espressiva e di forte sensibilità poetica.     

Febbraio 

I rami del parco

sono eserciti di legno.

Il sole è stanco

e non arriva che a metà del cielo, il cielo

non può piegarsi al dolore.   

Alba 

Rifrazioni umide

infrante ai cocci di cielo.

Dal camice bianco

una mano di luce,

primo abbaglio negato.  

Due 

Dentro al sole steso sul mobile bianco in cucina,

non vuoi star fermo.E muovi

il cucchiaio

tra gli avanzi del pranzo,

una scodella sporca

due pezzi di pane raffermo.   

: riflessioni 

Ho visto

in un quadro di specchi

il cielo, la terra e me stessa:

nessuna certezza.

Un foglio e una penna.  

Insolitudine 

Se ne va,

guarda ancora una volta

piega il capo e si volta,

e non sa

che qualcuno lo osserva

da qui

e lo ferma

in queste dieci parole sole.   

Dialogo minuscolo 

Dice: «I ciottoli tondi

tra gli sguardi e i sorrisi

la strada in salita

una fatica a sorsi ed eravamo ubriachi

di passi affrettati, impigliati, inciampati

al pensiero di noi 

giocavi a sfiorarmi le dita

coglievo la sfida

sfuggivo e tornavo

accennavo intenzioni mancate 

e non resistevo

ancora per poco

una voce, una mano

un silenzio agognato…» 

Dici: « 

Ho ancora in gola,di traverso

le parole che non mi hai detto.   

Occaso 

l’ora di una sera a giugno le

otto e quarantatré

quando il sole scende e la pelle

si lascia posare, le braccia ora

sedute adagiate ai binari inferiori ora

stese all’aria fresca e l’erba.

Ma gli occhi (instancabili)

imbambolati negli aspri contorni rossastri (bruciano)

e il sale taglia il viso

e l’ora

 (da “Due”, Campanotto ed., 2006)

Cinque minuti con… Patrizia Garofalo

November 25th, 2007 by ivanfinisterre

La poesia di Patrizia Garofalo procede per pennellate anarchiche, coniugando la brevitas ungarettiana ad un’ansia nascosta, spesso scivolata via con la certezza momentanea della parola-segno; in realtà, a sostegno del verso, è possibile immaginare una ricerca interiore fatta di ferite ed attese, notizie di approdo e impossibilità di trovare un punto fermo.   

Da “Dare voce al silenzio”  (Ed. Il Foglio, 2007)   

Una poesia è

Un testamento della follia

Senza regole

Senza giustizia

Una pagina di diario

che lascia l’anima

Depositata

Blindata

Marchiata a fuoco

Segreta

Dolorosa…….nell’andarsene   

*** 

incantata mestierante

del mio vivere

scolpisco il tempo  

*** 

Dagli orari dei messaggi

Solitarie assenze

Ricerca di parola

Un porto 

Fotografato

Per amore

Trasmette

La nostalgia di un ritorno

Mancanza di approdi

Ricercati

Dimenticati

Ricomposti

Tra i passi

Del tempo 

Notizia  

Patrizia Garofalo nasce a Camerino il 18/06/49 si laurea presso l’università di Urbino in lettere classiche con una tesi di letteratura comparata sul classicismo di D’Annunzio.Seguendo gli spostamenti del padre militare vive  per lunghi periodi a Mogadiscio,Bruxelles, Roma che considera sua città natale.Insegna italiano e storia ad Istituti superiori a Ferrara dove risiede.Inizia a scrivere sin da piccola ma pubblica solo nel 1986 sotto sollecitazione di Giorgio Caproni che è autore anche della prefazione del suo primo libro “ ipotesi di donna “edito Corbo che verrà presentato alla fondazione Cini di Ferrara e sarà sceneggiato dall’autrice per il teatro e rappresentato alla Polivalente di Ferrara e a Macerata.L’assessorato alla cultura di Ferrara la include nei” poeti ferraresi dell’ultimo millennio”Altri suoi libri: “ le bambole non si pettinano” prefato da Don Franco Patrono nel ’96 edito Corbo“ Terra di Nomadi “ edito Poesia Contemporanea“ Mare d’anime “ edito Schifanoia e prefato da Paolo Ruffilli“ Dare voce al silenzio “ edito il foglio letterario di Firenze prefato da Attilio Mauro CaproniOggi scrive recensioni  su vari siti on line ( lankelot .eu  Arteinsieme ) e parteciperà prossimamente ad un progetto di rivista letteraria “ Carmina” ideata dal Foglio letterario di Firenze

Appunti dal fondo

November 25th, 2007 by ivanfinisterre

Da “Canzoniere imperfetto” (Ed. Altrimedia, 2006)

Periferie

I

Uno dei pomeriggi di stagione

di quelli che si incollano alla pelle

lo sguardo forse perso contro un dove

sul punto mai fissato che fa male.

Poi le mani a costringere il reale

a spingere le forme nel ricordo

e tutto si fissava in un raccordo

di silenzi e ferite da curare.

Persa la percezione delle cose

chiusi in qualche scarto di memoria

si restava, in giorni definitivi.

II

La casa col mulino al vento tiene

al sole senza sosta e agli abbandoni.

Affacciarsi alle finestre -pensavi-

è abbracciare l’orizzonte di Brianza

un incrocio di nebbie e di rondini

anche se nessuna poi si fermerà

al cambio di stagione per vedere

se l’edera rosicchierà altro muro

o altrri di noi schioderanno l’uscita

che porta al resto del paese, al mondo.

III

Di noi eri tu quella dai denti aguzzi

e le trappole messe sotto il sole

tra falene lucertole altalene;

sapevi quasi di normanna specie

le scarpe un po’ slacciate l’aria triste

e le bretelle sciolte dei vecchietti.

Riapparivi ancora tra i preti e il vino

a cercare sterpaglie e un posto in cielo

- certo non per te, per il cane e il nonno -

fuori dalla linea scorticata

che ben separa la tua terra e il vuoto.

VII

Non è certo un abbandono tra tanti

- il suono mai sentito della luna -

la molla che ci sgretola in istanti

lo sguardo che smarrisce ed importuna.

Nemmeno il ricordo in fuga - la ruga

che colpisce lungo il collo e t’incide -

a far di noi l’incerto che decide

la piega delle cose che coincide

- il gesto stanco - l’assoluto vuoto.

Sono gli attimi privi di memoria

a spingerci nel fondo, le parole

- le parole senz’anima - a far male.

VIII

Era in quel modo lento di parlare

rimasto intrappolato sullo sfondo

che all’istante si aprivano altri mondi

nello sguardo sommerso dalle strade

assorbito - per sempre - fino in fondo.

E oggi mi chiedo se esiste altra chiave

se ancora qualcosa si muove - e accade -

o tutto vacilla e si assesta per caso

e la nostra pur scabra esistenza sia

un astratto difetto a tratti riempito

da nomi passati volti invecchiati

intorno l’edera esplosa - di colpo -

dannatamente a resistere ancora.

Cinque minuti con… Enrico Pietrangeli

November 25th, 2007 by ivanfinisterre

La poesia di Enrico Pietrangeli è lama di rasoio: affonda dolcemente – inesorabile – tagliando la realtà in microferite più o meno sanguinanti – a seconda della lunghezza del verso – per poi riaffiorare ad un livello-altro, in cui tutto si distorce per espressionistica violenza, assurda ricomposizione di tessuto. Ne emerge un piano comunicativo fatto di violazione, rimescolamento: una ricerca-protesta che si nutre per necessità di lampi, ricordi, luoghi, attimi. L’Autore li mischia, li affonda, in atmosfera pseudo-purgatoriali. Lasciandoli lì, in attesa, per sempre. 

Da “Ad Istanbul tra pubbliche intimità” (Ed. Il Foglio, 2007)   

Ricordo di Ungaretti

Tra lontane memorie

annaspo in una notte

.insonne

ritorno bambino

teso ed impaurito.

Finito il carosello

mamma rintronava:

subito a letto!

Era di lunedì sera,

anni Sessanta,

Ungaretti appariva

dentro uno schermo:

burbero orco

in bianco e nero,

rauco e stentato

vociferare.

e poi lo sceneggiato

.un’Odissea.

Puntuale incubo

dentro lo specchio,

oltre il mio letto.

A Trieste

A Trieste, dannata frontiera,

galleggiano fluttuanti nel porto

profilattici con sembianze di meduse:

decadente magia colora la sera

e il mio cuore prende forma

di valigia in vinilpelle

(modello anni cinquanta)

occasionale avventore slavo

me ne porge il manico scucito.

Non è l’amore…

Non è l’amore che non trovo,

è un sentire morto, annichilito,

pavido desiderio appassito.

Non è l’amore che non trovo,

è la paura dei sentimenti

tra impalpabili, ordinari orrori.

Non è l’amore che non trovo,

è una nauseante umanità

per cui vomito inchiostro.

Non è l’amore che non trovo,

è l’arido fondo di una coppa

dove non scorre più il suo vino.  

Breve notizia  

Enrico Pietrangeli ha partecipato, fin dai primi anni ottanta, a diverse rassegne, incontri, performance in vari locali di Roma, tra cui il “Let’em in”, “Il Cenacolo”, “Teatro in”. Nel 1986 “Ballo e non solo” a cura dell’ Assessorato alla Cultura , nel 1989 “La scrittura e dintorni” a cura di L. Gulino, “Poesia emergenza” a cura della l° Circoscrizione del Comune di Roma e tanti ancora come la rassegna di poesia mistica per il giubileo del 2000 dove è stato incluso in un’antologia per la “Via crucis”Autore della raccolta di poesie “Di amore, di morte”, pubblicata in versione cartacea (Teseo editore 2000) ed in elettronica (Kult Virtual Press 2002), collabora con riviste e siti internet pubblicando articoli e racconti brevi. Attraverso la traduzione poetica, si è dedicato all’opera di alcuni autori poco conosciuti. Redattore di Tam Tam, gestisce il sito “Poesia, scrittura e immagine”: www.diamoredimorte.too.it .Ha pubblicato il suo primo romanzo “In un tempo andato con biglietto di ritorno” (Proposte editoriali 2005)

Felix Luis Viera. La poesia di un esiliato - a cura di Gordiano Lupi

November 24th, 2007 by ivanfinisterre

ricevo e inoltro volentieri da Gordiano Lupi: 

Félix Luis Viera e la nostalgia di un esiliato

Félix Luis Viera è noto in Italia per aver pubblicato Il lavoro vi farà uomini (L’ancora del mediterraneo, Napoli - titolo originale Un ciervo herido), un romanzo verità che racconta la terribile esperienza delle UMAP, centri di rieducazione e lavoro per antisociali (dissiddenti, omosessuali, religiosi, rockettari…) creati dalla fantasia malata del comunismo cubano nei primi anni Sessanta. Molte opere di Viera sono inedite nel nostro paese, ma meriterebbero di essere tradotte, perchè è uno scrittore dallo stile colto e rafinato che ha il coraggio di raccontare il vero volto dell’isola caraibica. Le Edizioni Il Foglio stanno traducendo Hotel Inghilterra, un romanzo breve che fornisce un quadro della Cuba contemporanea, ai tempi del periodo speciale
   La poesia che traduco (prendendomi poche libertà di resa e lasciando il piacere di gustare l’originale spagnolo) fa capire tutta la nostalgia dell’esiliato per una terra lontana, la stessa nostalgia che provava Cabrera Infante da Londra immaginando L’Avana senza poter sentire il profumo del suo mare. Félix Luis Viera costruisce una poesia d’amore e nostalgia paragonando la patria al corpo di una donna che gli ha permesso di avere meno nostalgia, tra il freddo e la solitudine.  Descrive un rapporto d’amore intenso alternando similitudini delicate e immagini lascive, fino a immaginare che un giorno la patria comincerà in un prato e terminerà tra le gambe di una donna. L’amore è l’unica salvezza, secondo il poeta in esilio, la sola cosa che toglie dalla disperazione, dal rimpianto e che fa nutrire la speranza che un domani qualcosa possa cambiare. Félix Luis Viera ci regala una stupenda poesia d’amore che si trasforma in accorato canto politico per il futuro della sua terra. (Gordiano Lupi) 

Lejos de la patria has conocido a una mujer
por Félix Luis Viera
Lejos de la patria has conocido a una mujer
que tiene una pecera
y que en las noches se arrulla con el viento lunar.
Ella te salvó del frío y de la constante, inmensurable soledad
en la inmensa ciudad donde nadie te amaba.
Tú estabas lejos de la patria
o mejor dicho tú en ti habías extraviado la patria
y los senos de esta mujer te hicieron encontrarla,
los jugos de su interior te dieron las franjas
de las banderas de tu patria que habías extraviado.Ella bajaba cuatro pisos para verte
en los amaneceres donde tú no te hallabas el lugar de la boca
y te amaba creo que como se ama
un espectáculo largo tiempo admirado y pretendido,
su sexo se asemejaba al pastel que quisiste
cuando niño:
era tierno y crujiente y parecía recién sacado
de un horno tibio,
su vientre se parecía a la patria
porque uno no quisiera abandonar su calidez,
una mujer morena cuyos ojos eran los más temibles retadores de la noche.
Sus senos debieron ser esculpidos por aquel que supo
sembrar el néctar en la piedra.
Tu chupabas sus senos como si fueran
la última baraja marcada.
Ella te sacaba todos tus jugos
y el tintineo de su voz
te hizo asegurar
que algún día los hombres se amarían
de modo que la patria comenzara en un prado
y terminase en las piernas de una mujer
y en las manos de un hombre sobre esas piernas.
Era morena y furtiva en las mañanas y antes de llegar a ti
ya su sexo había probado el rocío.
Tu supiste que sus nalgas habían sido tocadas por Cristo
y por eso jamás morirían.
Era morena como el sol que cae tras las montañas
en la enorme Ciudad.México, DF, agosto de 1995

Del poemario inédito La patria es una naranja 

Lontani dalla patria hai conosciuto una donna
di Félix Luis Viera

Lontani dalla patria hai conosciuto una donna
che possiede un acquario
e che di notte si culla con il vento lunare.
Lei ti salvò dal freddo e dalla costante, incommensurabile solitudine
nella immensa città dove nessuno ti amava.
Tu eri lontano dalla patria,
o per meglio dire avevi smarrito la patria
e i seni di questa donna te la fecero trovare,
i suoi intimi umori ti dettero gli ornamenti
delle bandiere della tua patria che avevi smarrito.Lei scendeva quattro piani per vederti
nelle albe dove tu non trovavi il luogo della bocca
e credo che ti amasse come si ama
uno spettacolo per lungo tempo ammirato e preteso,
il suo sesso somigliava alla torta che desideravi
quando eri bambino:
era tenero e croccante e sembrava appena tolto
da un forno tiepido,
il suo ventre somigliava alla patria
perchè non avresti mai voluto abbandonare il suo calore,
una donna bruna con gli occhi che erano i più temibili sfidanti della notte.
I suoi seni dovettero essere scolpiti da colui che ha saputo
seminare il nettare nella pietra.
Tu succhiavi i suoi seni come se fossero
l’ultimo mazzo di carte segnato.
Lei ti toglieva tutti i tuoi umori
e il tintinnio della sua voce
ti ha fatto capire
che un giorno gli uomini si ameranno
in modo tale che la patria comincerà in un prato
e terminerà tra le gambe di una donna
e nelle mani di un uomo sopra queste gambe.
Era bruna e furtiva nelle mattine e prima di arrivare da te
già il suo sesso aveva assaggiato la rugiada.
Tu hai saputo che le sue natiche erano state toccate da Cristo
e per questo non moriranno mai.
Era bruna come il sole che cade tra le montagne
nella immensa città.

Messico, DF, agosto 1995

Tratta dalla raccolta inedita La patria è un’arancia

(Traduzione di Gordiano Lupi – www.infol.it/lupi)

Felix Luis Viera è nato a Santa Clara (Cuba) nel 1945. Ha pubblicato le raccolte di poesie Una melodia sin ton ni son bajo la lluvia (Premio David di poesia dell’UNEAC 1976, Ediciones Unión Cuba), Prefiero los que cantan (Unión, 1988) e Cada dia muero 24 horas (Letras cubanas, 1990), Y me han dolido llos cuchillos (Editorial Capiro, Cuba, 1991). Ha pubblicato le raccolte di racconti Las llamas en el cielo (Unión, 1983), En el nombre del hijo (Letras cubanas, 1983 – Premio della critica), e Precio del amor (Letras cubanas, 1990). Ha pubblicato i romanzi Con tu vestido blanco (Unión, 1988 – Premio UNEAC e Premio della critica), Serás comunista, pero te quiero (Unión, 1995), Un ciervo herido (Editorial Plaza Mayor, Puerto Rico, 2003 – tradotto in Italia come Il lavoro vi farà uomini, Ancora del Mediterraneo, 2006), Inglaterra Hernández (Ediciones Universidades Veracruzana, 1997 – in attesa di pubblicazione italiana per i tipi del Foglio Letterario). Il libro di racconti Las llamas en el cielo (purtroppo inedito in Italia) è considerato un classico della letteratura cubana e ha ricevuto il premio della critica del suo paese, massimo riconoscimento per un’opera letteraria. A Cuba ha diretto la rivista culturale Signos, è stato tradotto in diversi paesi europei e pubblicato in America Centrale e in Sudamerica. Ha fatto discutere con il romanzo - denuncia sulle Umap (centri di rieducazione per antisociali operativi in Cuba negli anni Sessanta) che ovviamente è inedito in patria. Ha terminato un romanzo inedito di ampio respiro come El corazón del rey che racconta i primi anni dell’instaurazione del socialismo a Cuba. Un’opera che meriterebbe anche in Italia di vedere la luice con un editore adeguato. La raccolta di poesie inedita La patria es una naranja è ispirata alla sua permanenza in Messico da esiliato e riflette tutta la nostalgia per la patria lontana.  

Gordiano Lupiwww.infol.it/lupi                                                     

  

“In stasi irregolare” - Microantologia

November 23rd, 2007 by ivanfinisterre

Microantologia 

 (…)

VIII

i versi declamare

i verbi le rime sussurrate

ma sulle lingue schiaffi

e sulle guance appuntate spilli

vacillo nella passeggiata

in cerchio mi frenetico

(oh le chiacchiere e i denti intatti

la bocca settembrina

l’ombrello a stecche, oh il piede bianco

la caviglia, le sete)

discinta m’accovaccio

attizzo il fuoco, lo frano

le travi in legno il tetto e le pareti

i quadri, la tavola rotonda su tre gambe

e m’accovaccio ancora e apro e slargo

è mutamento di frontiere, è

periscopio, prisma

e sulla mano le linee più non reggo

X

Viola violenza appena radicata

fra nasturzi e gigli

fiera in pasto stende

e in seno

il gladiatore distratto

da un applauso fuori scena

confuse la lingua e i denti

così non ci fu

polvere nel sangue o sangue nella polvere

ma solo stretta limatura di ferro

nei sedili in pietra, ossido marcio

nell’aria mesta di un pomeriggio estivo

le pale di un parco eolico

ancora da impiantare

XI

Indifferente la vela stesa e nella sponda

scassa e squassa l’onda e la riva

immaginata naufrago

valente uomo dalle spalle larghe

indica il dito indica lontano

urla il connubio rivendica la mano

il posto la caverna la creta e il ferro

infisso nella terra, la ruota e il legno

la donna aspetta che torni la luna

ho marito buono e forte

con grandi mani e baci

che mi consola sempre