Si presentano due voci poetiche tra le più significative degli ultimi anni per rigore di ricerca e coerenza: Iole Toini e Sergio Rotino. I due hanno un punto di contatto, quasi di consanguineità emotiva: esso sta nella destrutturazione della parola e in una sua conseguente ricostruzione attraverso il filtro inconscio della rabbia, dell’impossibilità di adattarsi ad un codice capace di dire. Entrambi partono da un assunto comune: rifare il reale, e proprio nel senso di ricostruire, riplasmare, rappresentare ex novo.Entrambi, poi, presentano piani prevalentemente narrativi (Rotino) e piani lirici ( Toini) in cui la realtà si distorce, si aliena, diventa carne fatta a pezzi, conseguenza svincolata dai nessi causa-effetto. Insomma, essa è oltre. Meglio, altrove.In Rotino, la scelta stilistica diventa necessità narrativa; da ciò deriva una sorta di anticanzoniere (nell’attuale, Loro, di cui si presenta un estratto) focalizzato sulla possibilità di un dialogo monco con il lettore, rafforzato da continui strappi, lacerazioni, ironici e drammatici sconfinamenti del surreale nel quotidiano – forse una non vita, una muta protesta, un antidoto contro il vuoto dilagante.Nella Toini (vedi scelta antologica), la voce si trasforma in una sorta di canto-scontro-incontro, quasi la parola trovasse una corposità pesante e da questa tentasse di liberarsi grazie ad un movimento catartico, erettile, fruibile soltanto mediante penetrazione del e nel linguaggio.
Iole Toini - microantologia
fotografia di un nome
La tua mano asseconda il viaggio lungo il ritrarsi della parola
in un diverso ascolto che assottiglia le cose.
Una rotazione minima si addensa sui giorni.
La nervatura del tempo.
Dietro le tende una chiarissima sera raccoglie il campo vicino alla casa.
Un breve stelo filtra da sotto la porta come un ricordo di luce.
Si apre la misura dell’assenza.
Da qui ascolto il mare.
La prosa è degli occhi. Del tuo farmi bocca e curva. Gesto.
Un’inquadratura di porto. Approdo.
Toccare il peso mobile di una soglia nella celebrazione di un nome.
La giusta inconsistenza di una parola malinconica.
La forma della luce divora l’incertezza di un volto,
una parete.
***
sinonimie
Nella riformulazione degli istinti, la difesa degli oggetti:
trattengono la forma che batte il buio come una madre senza figlio.
La sua orma appiattita al muro taglia la pena del giorno.
L’occhio è una lama oltre il dire sommesso.
Si acquatta come una preda, cerca l’impronta docile del pensiero
dove si chiudono i respiri oltre le soglie del perdono.
Il corpo non conosce innocenza.
Non lascia scampo la memoria.
Si abbatte sulla materia, scava l’ombra. L’altra.
Dal soqquadro della casa abitata dopo gli assalti della luce,
le cose minute sussurrano di una partenza
inevitabile come un alone che stinge al pallore,
lo dichiara parvenza di confine.
***
guerriglia
Rasa al suolo – vinta – un corpo senza voce senza scudo,
piegata nuda, priva di parola, per ora ancora viva, troppo viva
e inutile per i prati sopra le mattine, per le case, il vento appeso
alle finestre, inutile alle costole ai gomiti alle fabbriche;
sconfitta come un sasso dentro un’abetaia, il traffico alle cinque,
vana per l’Hiroshima che mi rolla dentro il sangue
e mitraglia il suo fungo silenzioso.
Un’aquila si annuncia negli occhi della ragazzina.
Punta al cuore.
***
troppa poca parola
Finita, ieri, il mio cuore ti disse.
E ancora inizio non avevi
e ancora mai nell’inizio non sei
e sempre sei l’annuncio dell’inizio.
- A. Zanzotto -
Per il dislivello del fiato, per lo sgomento,
nell’odore incensato della salita, nella chiave
che albeggia la carne, le arnie a raccolta,
gli indizi, l’inclinazione alla guerra.
Nella vigilia della dolcezza, la perdita della coscienza.
Vendicata parola, vendicato
il tuo nome, disfarsi di cielo che apre
alla strage, la frase rossa sul dorso,
la presa alle reni, alture, il midollo il golem
che inneggia al verbo amazzonico come un utero
scagliato di luce.
Io dormo sul masso del fieno, sui morbi grassi
che gemmano storie, e le fedi spuntate. Innesti
su stanze e vuoti. Per te bella matrona lego
le gambe al tavolo, lego i capelli, crisma
di amore babelico. E’ terrore
la commozione del prato, il fondo vivo
dopo la partitura del corpo impronunciato.
Sergio Rotino - da Loro - versione 1.0
I feel for the one who hides
And for the one who chases
Ron Sexsmith For the driver
mattutina
muovono indolenti tra gli inciampi necessari del traffico mattutino
con cui si arreda ogni giornata mandata a irrorare la terra a irritarne le ferite
sereni vanno gonfi di intenzioni affiliate a manifestazioni di consenso
se questo è poi il senso del loro andare portandosi dietro una scia più scura
di materiale che produce cosa che è lì presente ma per chi
***
prima
lo seguono nel chiarore del retrobottega
sicuri del fatto loro gli fanno persino discorsi pratici
su quanto potrebbe restare in piedi del suo futuro
cosa che pare a lui non frega
vuoi per l’eventualità di certi strascichi
sia per l’onesto lavorare al pozzo dei pensieri
oltre l’estremo limite di ogni costanza
per questo sembra li guardi con indifferenza
quasi non li senta parlare del come o dei perché
solo contempla in funzione di se stesso
la consistenza del cosa era davanti al cosa è
mentre nuovamente la parola perde di significato e nesso
***
scheda incompleta
credono nella santa trinità di sé stessi
in quel miracoloso passare indenni attraverso i fatti cioè risorgere dalla
[morte
avere vita eterna o quasi credono nella benedizione conto terzi
quella di chi più in alto ha salito la scala ficcando il suo cuneo fra le
[teste
slabbrando ferite per cui giù non torna
credono il mondo sia dovuto loro per semplice dovere
per discendenza indebita o tornaconto personale
ma in esso non sanno leggere né scrivere le conseguenze
qui sta il pericolo l’allarme
***
da un altro punto di vista
stanno addosso al senso del mondo al suo nascosto significato
che è un complesso di immagini pregresse al semplice fatto di essere nato
[di esistere qui e adesso
lo marcano stretto quasi lo sovrastano con la massa dei loro ragionamenti
[bucati
di un ragionamento solo quel masso capace di ostruire ogni porta
ragione per cui lui li guarda lasciandoli fare
sapendo già senza parlare l’inutilità pregressa fuoriuscita da ogni suo gesto
l’ingombro fesso delle parole
***
intermedia
ammirano lo strato secondario della luce
quella piega meridiana che strappa forme dal paesaggio
riducendole a fondale necessario
qui andrebbe fatto lo sforzo si dicono
qui non poco oltre
fermando il tempo nell’istante imposto alla natura
e l’uno capisce la parolina la formuletta magica
composta dalla metà a se stesso identica
allora con gli occhi immagina il boato avvenire
prendere forma prima dell’orizzonte
senz’altro bisogno di sapere
***
terza
soppesano i campi
il modo in cui si sformano e reagiscono alla polvere che li preme
verso il sottile scroscio di benzina
con la freddezza di chi sopravanza il tempo
le sue regole decise altrove
l’attimo dopo bruciano la terra
il seme su cui cammina questa loro stessa vita
raccolta attorno a parvenze di idee ma ripulita
così da essere coltivata palmo a palmo con parole cretine
fin dove è lecito immaginare ci sia spazio
fin dove credono continui il pensiero non comune
per fare quanto va fatto e distruggere la grazia
Iole Toini (1965) vive a Villongo in provincia di Bergamo, a ridosso del Lago d’Iseo.
Ama Dostoevskji, la sua gente fradicia di vita; e Virginia Woolf, il suo snobismo conclamato, la bellezza aguzza, la prosa così densa di poesia; Sylvia Plath, feroce e diamantifera; la Sexton, col rosso rivelato della bocca.
Ha pubblicato alcune poesie pubblicate su ‘Le Voci della Luna’ di Sasso Marconi e ‘Gradiva’. Un poemetto - ammerika, ammerika - edito dalla Smith & Lafourge Indipendet Press.Collabora alla rivista ‘Qui – appunti dal presente’ di Milano.
Cerco di stare nella poesia, non solo leggendola, ma provando a sentirla attraverso lo scambio e il confronto, sapendo i limiti umani, la fatica di stare con gli altri, di mettersi in discussione. Cerco di non vederla come uno strumento astratto e assoluto. Ognuno sceglie il suo modo per stare bene con se stesso e col mondo; il mio è questo.Gestisce il blog http://alveare.splinder.com
Sergio Rotino(1958) lavora nel mondo dell’editoria, vive a Bologna. Come recensore, editor e critico letterario si occupa in prevalenza di giovani narratori italiani. Come educatore e docente di corsi di scrittura rivolti a ragazzi e adulti si occupa di promozione alla scrittura, utilizzando il metodo di giochi con le storie ideato da Beniamino Sidoti. In qualità di redattore, proofreader, editor percorre in lungo e in largo il mondo editoriale italiano collaborando da esterno e da interno con varie case editrici (Transeuropa, Stampa Alternativa, DeAgostini, DeAgostini-Planeta, Manni, Aspasia, Laterza, Marvel, Istituto Poligrafico di Stato, Giraldi editore, Le voci della luna). Collabora con i quotidiani Liberazione e Il Corriere del Mezzogiorno; con il quindicinale di critica letteraria Stilos; con il mensile La vita scolastica (Giunti) con le riviste Fernandel (Fernandel) e l’immaginazione (Manni Editori). Come sceneggiatore di fumetti ha prodotto da solo e insieme a Lorenzo Marzaduri alcune storie per la serie “Conan” indirizzata al pubblico francofono. Ha curato varie antologie di narratori italiani fra le quali ricordiamo Resistenza60 (Edizioni Fernandel, 2005) e RZZZZZ! (Transeuropa, 1998). Suoi testi appaiono in varie antologie e riviste, italiane e straniere. Ricordiamo fra le altre Giallo, nero & mistero, a cura di Marcello Fois (Stampa Alternativa), e Kaori non sei unica, a cura di Matteo B. Bianchi (Tempi Stretti). Ultima in ordine di tempo la pubblicazione di una silloge di poesie e di un racconto rispettivamente in Tratti nn. 72 e 73 (Mobydick, 2006). È stato tra i fondatori delle riviste Versodove e Carmilla.